Quando l’abito diventa opera d’arte

La pittura di Alfredo Rapetti Mogol e le creazioni di Gianni Tolentino

UN VESTITO che diventa un’opera d’arte. E tele che contengono segni e parole scomposte, per un’esperienza che è il contrario di quella col cellulare: all’insegna della fisicità e dell’attenzione.


Alla galleria VS Arte in via Ciovasso 11, la personale «Oltreparola. Alfredo Rapetti Mogol». Un vernissage a cui ha partecipato non solo il pittore e paroliere, figlio del noto Giulio Mogol, ma anche lo stilista Gianni Tolentino. Che, in occasione della Milano Fashion Week, ha presentato nella galleria di Brera l’esclusivo abito su cui è riportata un’opera di Alfredo Rapetti Mogol, «Lettera Bianca».


«La modella che lo indossa diventa un quadro che si muove e prende vita» commenta soddisfatto l’artista, da sempre attratto dal nomadismo culturale e dalla sperimentazione, come dimostrano  le sue incursioni fra immagine e parola, musica e canto, pittura e installazione. La contaminazione è «una sfida». Ma non annullamento delle differenze.


Tolentino ha letto emotivamente l’opera di Rapetti Mogol e ha creato un vestito che reca traccia della sua visione e del suo stile: «Ho inserito sul tessuto i motivi della tela, non rinunciando però a delle mie «divagazioni» personali, con inserti di pailettes e strascico asimmetrico» spiega lo stilista.


La mostra «Oltreparola», a cura di Gianluca Ranzi e aperta, presenta una selezione di lavori del pittore milanese, tra cui alcuni inediti, dove grafemi, segni e parole scomposte affiorano dalla materia pittorica e dai supporti più vari, quali cemento, piombo, vecchi fogli manoscritti, acrilici o pagine di quaderni ingiallite dal tempo.


Tracciati di segni, grafemi e parole criptate dalla loro scomposizione diventano strumenti della memoria, come in «Cemento bianco» del 2002. «Senza la parola non avremmo né memoria né coscienza di noi. Con la scrittura racconto l’essere umano e i suoi stati d’animo» spiega Rapetti Mogol.


Segni rigorosamente tracciati a mano, non con i pixel. «La modalità con cui scriviamo a mano veicola informazioni estremamente importanti su di noi, profonde e inconsce, che nei contenuti online sono assenti». Le parole scomposte inducono a fermarsi, chiedono tempo, sono enigmatiche, come si evince in «L’anima resta» (2018) realizzata a inchiostro tipografico su carta, da cui emerge il potere dell’arte di interrogare l’osservatore: 


«Un’opera che si basa sulla scomposizione alfabetica elementare produce uno straniamento e richiede attenzione per essere decifrata. Il contrario della fruizione veloce che si consuma di fronte allo schermo» sentenzia il pittore e paroliere.


Annamaria Lazzari



Lettera Bianca – opera di Alfredo Rapetti Mogol